Responsabilita medica contrattuale

Responsabilità medica contrattuale: il paziente deve comunque provare il nesso di causalità

La Corte di Cassazione, con la recente sentenza di marzo 2019 (n. 6593/2019), è ritornata a pronunciarsi su un tema sempre di grade attualità: la responsabilità medica contrattuale e il relativo onere probatorio.

In tema di responsabilità contrattuale, la norma di riferimento è l’art. 1218 cod. civ. per il quale “il debitore che non esegue esattamente la prestazione dovuta è tenuto al risarcimento del danno, se non prova che l’inadempimento o il ritardo è stato determinato da impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile”.

La Suprema Corte ha chiarito che anche in ambito di responsabilità contrattuale, ed in particolare nell’ambito della responsabilità professionale sanitaria, la previsione dell’art. 1218 cod. civ. solleva il creditore (il paziente) dell’obbligazione che si afferma non adempiuta (o non esattamente adempiuta) dall’onere di provare la colpa del debitore (l’ospedale), ma non dall’onere di provare il nesso causale tra la condotta del debitore e il danno di cui domanda il risarcimento.

Sarà dunque sempre il paziente che ritiene di essere stato danneggiato da una condotta sanitaria non corretta, a dover dimostrare il nesso causale tra la condotta del medico e il danno subito.

In definitiva, il paziente-danneggiato dovrà essere in grado di dimostrare il rapporto di causalità tra intervento sanitario e danno subito.

Il principio della Corte di Cassazione in realtà non è nuovo. Già con la sentenza n. 18392/2017, gli ermellini avevano chiarito come fosse “onere dell’attore, paziente danneggiato, dimostrare l’esistenza del nesso causale tra la condotta del medico e il danno di cui chiede il risarcimento”, onere che potrà essere assolto “dimostrando con qualsiasi mezzo di prova che la condotta del sanitario è stata, secondo il criterio del “più probabile che non”, la causa del danno”.